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PER UNA CITTA' CHE PUOI PERMETTERTI.

6 giorni fa
Tempo di lettura: 3 min

Vorrei partire da una testimonianza raccolta in queste ore a Milano. Un ragazzo di sedici anni, intervistato dal Fatto Quotidiano durante gli scontri in centro, racconta che le borse esposte nelle vetrine costano quanto lo stipendio mensile di suo padre, che fa il ristoratore. Dice che entrambi i genitori lavorano, ma che la famiglia fatica ad arrivare alla fine del mese. Parla della spesa al discount, dei vestiti comprati nei negozi più economici e della sensazione di essere chiuso in una città in cui non riesce a immaginare il proprio futuro.

È una testimonianza, non la spiegazione di tutto quello che è successo. Ma credo che meriti di essere ascoltata.


Perché in questi giorni abbiamo visto soprattutto le vetrine rotte, i saccheggi, gli scontri con la polizia. E giustamente ci siamo preoccupati per i danni, per le persone aggredite, per chi ha visto il proprio negozio devastato. Questi comportamenti non possono essere giustificati.

Ma se ci fermiamo qui, non capiamo perché in piazza ci fossero così tanti giovanissimi, molti arrivati da fuori Milano, dalle periferie e dalla provincia.


Le interviste pubblicate in queste ore raccontano situazioni diverse. C'è chi parla apertamente di rabbia sociale e di stipendi insufficienti. Un ragazzo racconta che suo padre è operaio e sua madre fa le pulizie, e che la famiglia non riesce più a sostenere le spese. Un altro dice di aver lavorato in nero come muratore e di non riuscire a trovare una strada per migliorare la propria condizione. Ci sono anche giovani che rivendicano la scelta dello scontro, convinti che manifestare pacificamente non serva a nulla. E ci sono ragazzi fermati che sostengono di non aver partecipato alle violenze. Le responsabilità vanno accertate caso per caso. Non sono tutti uguali e non possiamo trattarli come se lo fossero.

Quello che emerge, però, è una domanda concreta: che prospettive ha un ragazzo che vede i genitori lavorare e fare sacrifici, ma nonostante questo non riesce a immaginare una vita economicamente autonoma?


A Milano questa domanda pesa in modo particolare. Il costo degli affitti, dei trasporti, della spesa e delle attività quotidiane rende difficile costruirsi una vita indipendente. La crisi abitativa non riguarda soltanto chi è già in difficoltà: riguarda anche studenti, giovani lavoratori e famiglie che, pur avendo un reddito, non riescono più a sostenere il costo della città.


E chi non può permettersi Milano viene spinto verso l'hinterland, ma continua a viverla ogni giorno. Non possiamo pensare che questi ragazzi siano estranei alla città. Sono figli di lavoratori, famiglie che mandano avanti i servizi, persone che conoscono bene la distanza tra la ricchezza esibita nel centro e le difficoltà della vita quotidiana.

È una contraddizione che Rifondazione Comunista denuncia da anni. Mentre si celebrava il successo del modello Milano, abbiamo continuato a parlare di disuguaglianze, affitti insostenibili, salari bassi e quartieri popolari lasciati indietro.


Non lo abbiamo fatto soltanto a parole. Ci siamo ai picchetti antisfratto, accanto a chi rischia di perdere la casa, nelle periferie in cui molti di noi vivono, davanti ai CPR per denunciare la negazione dei diritti. Sono situazioni diverse, ma hanno un punto in comune: persone che chiedono di essere riconosciute e che troppo spesso incontrano istituzioni incapaci di dare risposte adeguate.


Questo non significa attribuire automaticamente le proteste al carovita. Sarebbe semplicistico. Significa riconoscere che la precarietà economica, l'esclusione e la mancanza di prospettive fanno parte del contesto in cui cresce la rabbia.

E allora, oltre alla condanna delle violenze, servono risposte politiche precise.

A Milano significa investire nelle case popolari, aumentare l'offerta di abitazioni accessibili, contrastare la rendita immobiliare, difendere i salari e rafforzare i servizi nei quartieri. Significa anche garantire ai giovani spazi sportivi, culturali e di aggregazione che non richiedano necessariamente di avere soldi da spendere.


La nostra campagna 1% Equo si muove nella stessa direzione: chiedere un contributo maggiore alle grandi ricchezze per finanziare sanità pubblica, scuola, casa e servizi. Perché non è accettabile che, mentre si concentrano patrimoni enormi, chi lavora faccia sempre più fatica a pagare le spese essenziali.

Non penso che queste misure risolverebbero automaticamente il disagio che abbiamo visto in piazza. Ma sono interventi concreti sulle condizioni materiali della vita, invece di limitarsi a intervenire quando il disagio esplode.


La sicurezza è anche questo: poter vivere in una casa dignitosa, avere un reddito sufficiente, frequentare una scuola che offra opportunità e non sentirsi esclusi dalla città in cui si cresce.

Una politica che si limita a reprimere e non affronta il carovita, la precarietà e le disuguaglianze lascia irrisolti i problemi che alimentano il disagio.

Milano dovrebbe partire da qui: smettere di misurare il proprio successo soltanto attraverso gli investimenti e il valore degli immobili, e chiedersi se chi ci vive riesca davvero a permettersi una vita dignitosa.


Perché una città non può considerarsi un modello se una parte di chi la abita non riesce a immaginare il proprio futuro al suo interno.

Nadia Rosa - Segretaria Rifondazione Comunista Milano

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